"la mia corsa inseguendo il tempo perduto"
Un cronista racconta la sua fatica lunga 15 chilometri

Lo stadio è sempre lo stesso, modestino, grigetto, anonimo, da piazzare in una periferia dipinta da Edward Hopper. Anche la colonna sonora che dovrebbe tonificare la fatica, ogni anno sembra confortevolmente ripetitiva, come il festival di Sanremo.

E le facce degli altri concorrenti che ricamano il "riscaldamento", tipo gruppo scolari indaffarati e secchioni?
Li ritrovi ogni anno a fine marzo, "al palazzetto"; ci si da appuntamento, ormai, come tra vecchi parenti che tornano per gli auguri di Pasqua e si raccontano avventure e progetti.

Il jogging è una parola antica, da mettere in naftalina: esisteva all'epoca dei figli dei fiori, quando mettersi in mutande e correre a perdifiato perfino in città era quasi rivoluzionario. Ma noi, ridotti ad essere autarchicamente podisti, siamo in fondo una famiglia, che si perde e si ritrova, ansando, sulle stesse strade, invecchiati e tenaci come un albero robusto.

La 24x1 ora non la corri, la fai perchè è molto più di una gara sportiva, è un appuntamento con se stessi, è il metronomo degli anni che passano, una ardimentosa ricapitolazione del proprio rapporto con il tempo e lo spazio.

La fantasia degli irriducibili utopisti della Vittorio Alfieri (utopisti dell'atletica vera, che sa di sudori e di calli, non di quella insopportabile, patinata, dopata e teledipendente) ha realizzato un piccolo miracolo, rarissimo nello sport: la sublimazione del fatto sportivo in qualcos'altro, un universo dove si concilia l'inconciliabile, i lenti stanno a fianco dei veloci, i più giovani dei più vecchi, gli specialisti degli amatori (altra bella parola mitridizzata dai burocrati dello sport affare!).

Uno spazio dove non c'è disonore a inseguire, certamente non più di quanta gloria spetta nell'essere inseguiti. Dove non è tanto importante il nome del vincitore (nella 24x1 ora non esiste, è un'astrazione, un fatto collettivo) quanto il numero dei partecipanti. Come nella maratona, che infatti non è una disciplina sportiva, ma una specie di prova iniziatica, un enorme faticoso sacrificio aperto a tutti e celebrato da 20.000 persone.

Domenica, dunque, ho fatto la 24x1 ora, quindici chilometri disciplinatamente ciabattati in mezzo a qualcuno più veloce e a qualcun'altro più lento, rigorosamente ignorandosi l'un l'altro come succede quando lo sport è vero e si lotta con il solo avversario con cui valga la pena cimentarsi cioè se stessi. Ho corso di giorno è una pecca, lo so: perché la corsa "vera" appartiene a quelli delle fazioni notturne, tartassate dal freddo, spalmate di umido, inzuppate di pioggia. Ma c'è tempo per rimediare.

Il prossimo anno, state certi, saremo di nuovo qui.

                                                           Domenico Quirico
                                              
LA STAMPA - 30 marzo 1999